Il cielo piange nel Guangdong o della mia esperienza come insegnante in Cina

Il cielo piange nel Guangdong o della mia esperienza come insegnante in Cina

26 febbraio 2021

Piange tutto. Qui nel Guangdong c'è un cielo che piange sempre. Mi piangono i capelli, mi piange la pelle che si sfalda ad ogni nuovo giorno. Mi piangono le ossa che si muovono senza un apparente motivo. Mi piangono i muscoli che fanno e tendono e vogliono e prendono, ma per chi e per cosa non lo sanno nemmeno loro. Mi piange il sangue che scorre in un corpo freddo. Piange tutto qui, tranne gli occhi. Gli occhi non piangono perché loro, maledetti, loro si ostinano a voler guardare.

La primavera nel Guangdong è nuvolosa, è grigia, piovosa, umida. Sembra quasi di vivere in un acquario. Fa freddo nonostante la stagione. Allora ti vesti, ma il freddo ha superato la barriera dei tessuti, entra nella pelle, nei muscoli, nelle ossa.

Il cielo è cupo, l’aria pesante, mi dicono “Rimpiangerai la pioggia quando arriverà l’estate. Sentirai che caldo”. Esco di casa lasciando la portafinestra aperta che dà sul terrazzo, un terrazzo di un terzo piano qualsiasi che dà su altri terzi piani, infiniti piani di infiniti palazzi. Rientro e trovo il pavimento completamente bagnato. “È l’umidità”, mi dicono, “non lasciare mai le finestre aperte nel Guangdong”. Mi faccio la doccia e mi asciugo il corpo con il phon, l’accappatoio è ancora bagnato dal giorno prima, la pelle si impregna dell’umidità presente nell’aria, serve aria calda, secca, aria buona.

Una mattina mi sveglio e il vento, la pioggia sono così forti, le gocce cadono sull’asfalto come pietre. Gli autobus sono pieni, i marciapiedi pieni di persone che aspettano di salire sull’autobus, i taxi pieni di persone che non sono riuscite a salire sui mezzi. 

Le macchine sfrecciano e il mio ombrello nulla può contro l’acqua che entra da tutte le parti. Rinuncio, mi rintano in un piccolo locale a gestione famigliare, pochi tavoli sporchi e unti, ordino una zuppa di wonton per scaldarmi.

Guangzhou
Colazione

Lavoro come insegnante. Insegno inglese in un asilo a bambini dai 2 ai 5 anni a Zhuhai, una città piccola se comparata agli standard cinesi, nell’estremo sud del Paese, nella provincia del Guangdong. Zhuhai significa letteralmente “perla del mare” e lo è davvero. È la città meno inquinata e più vivibile della Cina, con tutti i comfort di una grande città, affacciata sul mare, a pochi passi dalle internazionali Macao e Hong Kong, a un paio d’ore di strada dalla modernissima Canton.

Due giorni a settimana prendo l’autobus e mi reco in un asilo pubblico del quartiere. Insegno in diverse classi. 20-25 bambini pieni di vita che, appena mi vedono, rimangono stupiti di vedere una ragazza giovane, bionda, bianca. Li saluto a gran voce, per farmi sentire ho dovuto imparare a gridare, per evitare di lasciarmi sommergere dalla quantità di suoni che riescono ad emettere quegli esseri piccoli, adorabili, ma così rumorosi.
Cantiamo canzoncine, mi diverto a fargli indovinare i colori, gli animali, scherzo con loro, li solletico, li bacio, li abbraccio. Sono i miei piccoli, i miei babies. Sono l’unica ragione per cui non sto impazzendo.

Il weekend insegno in una scuola privata che organizza corsi per piccoli gruppi. “Hello babies”. Li saluto e aspetto che le anime più coraggiose corrano ad abbracciarmi. Chocolate è una bambina bellissima, con una voce sottile sottile, così intelligente, capisce moltissime parole in inglese. Non mi è permesso parlare in cinese con i bambini, ma con lei non posso esimermi dal sussurrarle “你太版了!”. Quanto sei brava. Angel ha il viso più dolce che abbia mai visto, caldi e grossi lacrimoni le inondano il viso quando scopre che tornerò in Italia. Kevin è il bambino più bello che abbia mai visto, così sensibile, così buono.

Sono brava come insegnante, dolce, premurosa, si vede che amo quei bambini, che insegno loro con passione, con affetto. So farmi ascoltare, sono dura se necessario. A volte mi arrabbio, non riesco a nascondere la tristezza. Le loro facce si oscurano. Mi riprendo, sorrido.
Le insegnanti cinesi mi adorano, mi chiedono se rimarrò anche per il prossimo anno. Rispondo forse, si vedrà.

Non sono sempre stata brava, intendiamoci. Ho impiegato del tempo per abituarmi ai bambini, al loro entusiasmo, al rumore, non riuscivo a fingere di sentirmi a mio agio in mezzo a tutta quella vita, io così fredda, solitaria, così incapace di ogni forma di esagerazione, di entusiasmo. Con i bambini è necessario dimostrarsi sciocchi, ingenui, è necessario tornare bambini a propria volta. E io non mi sentivo una bambina, mi sentivo un pesce fuor d’acqua, lontana da casa, sola in mezzo al deserto. E stavo affogando.

Pian piano comincio ad abituarmi, trovo non so dove la forza di reagire, anche quando un collega più anziano mi dice: “Lascia stare, non sei portata”, anche quando non riesco ad alzarmi dal letto la mattina, quando comincio a prendere ansiolitici e antidepressivi. Riesco in qualche modo a trovare un grammo di forza, di volontà dentro di me e a quello mi sono aggrappata come fosse l'ultimo pezzo di terra in un oceano sconfinato. Non stavo più affogando, ma avevo bisogno di un salvagente.

Ogni quindici giorni salgo su un autobus che mi porta in ospedale. Mi trovano un interprete, un’infermiera che ha studiato inglese. Mi aiuta a far capire alla psichiatra “cosa c’è che non va”, perché fatico tanto a vivere. Pian piano comincio a riprendermi, è un processo lento, forse aiuta il sole, i bambini che pian piano comincio a conoscere, a voler bene, l’idea che posso tornare a casa, che c’è qualcosa ad attendermi oltre a questa coltre di tristezza e oppressione che sento nella mia testa, nel mio cuore, nelle mie ossa.

Arriva l’estate e il caldo è davvero insopportabile. Impossibile uscire di casa sotto il sole cocente, da giugno a settembre l’unica possibilità di scampo è rintanarsi al chiuso con il condizionatore acceso o avventurarsi all’aperto muniti di un ombrello e litri d’acqua per combattere la disidratazione.

Abito vicino al fiume e di sera mi ritrovo a camminare sulla ciclabile che lo costeggia, mentre coppie passeggiano tenendosi per mano, gruppi di vecchiette danzano a ritmo di una radiolina portatile e ragazzini sfrecciano con bici e monopattini. È una città tranquilla e moderna, amo la mia routine, i bambini a cui insegno, mi nutro del loro affetto, è l’unica cosa che mi tiene ancora in piedi.

Il lavoro occupa poco delle mie giornate, internet funziona malissimo a causa del VPN, non ho Netflix, l’ansia e la depressione non mi permettono di concentrarmi sui libri o lo studio. Passo il mio tempo camminando per la città, entro nei negozi, passeggio per ore a piedi nudi sulla spiaggia semideserta.

Questa è la mia vita ora, in quei quattro mesi del 2016 mi sono sentita la persona più sola sulla faccia del pianeta. Nonostante la mia indipendenza, un lavoro che amavo, un posto che chiamavo casa. La solitudine faceva parte di me da sempre, ma mai come in quel momento era diventata la parte preponderante di un'anima fiacca e cieca.

Comincio a giocare con l’idea di rinunciare, di tornare a casa, dove sono forse un po’ meno sola, dove posso provare a rimettermi, ad affidarmi a qualcuno che non sia un medico straniero, qualcuno che mi ami, che mi tenga stretta e mi dica che andrà tutto bene.

C’è una sorta di nostalgia nelle esperienze che ci hanno fatto del male. Pezzi di vita talmente radicati in noi stessi che diventano parte del tessuto che forma la nostra persona, non possiamo più vivere senza quei periodi che ci hanno rovinato, distrutto, lasciato con un'anima all'addiaccio, perché è da lì che veniamo, è la parte più vera e profonda di noi. Rinunciare è impossibile.
Non provo rancore per quel periodo della mia vita in cui sono stata a un passo dal crollare completamente perché ho imparato tanto, ho forse imparato a conoscere il nocciolo più duro e puro e vero del mio essere. Provo nostalgia perché non mi sono mai sentita più vera, ero sola, ma mi sentivo forte, così fragile in un mondo così brutale, mi sentivo come un albero spoglio in mezzo a una pianura invasa da un vento gelido. Mi sentivo debole, ma invincibile, un ossimoro, un problema senza soluzione. Mi sentivo morta, ma non ero mai stata più viva, più cosciente di chi fossi, delle mie mancanze, dei miei vuoti, dei miei traumi.

Non riesco tutt’oggi a pensare a quel periodo senza una lacerante nostalgia, senza sentire male al cuore, senza che tutto di me tenda in qualche modo a tornare, a rimediare, a vivere meglio la vita che non ho pienamente vissuto lì.

Mi manca la spiaggia deserta dove camminavo per ore, parlare cinese come se fossi vissuta lì da sempre, insegnare ai miei babies, abbracciarli, prendermi da loro quell’amore che non riuscivo a provare per me stessa, infilarmi nei locali piccoli e sporchi a mangiare quei piatti buonissimi. 

Mi manca quella vita, mi manca tutta la vita che non ho vissuto, mi manca la vita che vivrò e le mille vite, le mille versioni delle milioni di scelte che non farò e che non vivrò.

Tornerò nel mio amatodiato Guangdong, voglio riprendermi tutte le lacrime. Voglio riprendermi tutta la pioggia. Voglio riprendermi tutto.


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Elisabetta Marini

SMM and Content Creator, part-time mermaid, hopeless writer
Lover of whales, anatomical hearts and Sylvia Plath
Based in Italy

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